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domenica 24 ottobre 2010

La sfida dell'etica

Un rispetto delle regole che va insegnato anche giocando coi propri bambini.

Oggi (domenica) su ilsole24ore c'è un bell'articolo sulla testimonianza di Umberto Ambrosoli al convegno dei Dottori Commercialisti, testimonianza che ha avuto sullo sfondo le parole della lettera lasciata da Giorgio Ambrosoli alla moglie.

"il professionista è colui che è capace di subordinare la propria piccola fetta di potere all'ordinamento, alla collettività, all'interesse pubblico."

Un rispetto delle regole che va insegnato anche giocando coi propri bambini, sottolinea l'autore del pezzo, una bella frase che mi colpisce sia a livello professionale che personale.

Chi segue questo blog sa che ogni tanto la figura di questo avvocato fa capolino tra i post, a volte con più forza dopo le parole di Andreotti di qualche giorno fa che mi avevano spinto a chiedere all'Ordine un convegno per ribadire senza polemiche la solidarietà alla famiglia.

L'Ordine di Milano, dopo aver definito data e programma, non ha ritenuto opportuno portare avanti il convegno organizzato per raccontare la storia di un professionista e di un uomo ai colleghi più giovani che forse meno conoscono quanto accaduto.

Peccato, una occasione mancata non solo per l'Ordine, ma per Milano che forse dovrebbe osare di più anche per ricordarsi che un tempo fu (ed usare il passato remoto per un lombardo ha un significato molto forte) capitale morale.

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giovedì 9 settembre 2010

Andreotti: «Ambrosoli? Se l'andava cercando»

Deontologia e colleganza.

Andreotti alla domanda su perché Giorgio Ambrosoli è stato ucciso, risponde così: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».

Trovate tutti i riferimenti sul sito del Corriere della Sera: Andreotti e Ambrosoli.

Mi auguro che gli ordini professionali reagiscano difendendo la memoria un uomo perbene che come lui stesso dichiara nella commovente lettera alla moglie ha "fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito".

La storia: Giorgio Ambrosoli fu ucciso la sera dell'11 luglio 1979 a Milano su mandato del banchiere Michele Sindona, poi condannato.
Giorgio Ambrosoli fu insignito della medaglia d'oro al valor civile perchè «benchè fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all'incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno e si espose perciò a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all'estremo sacrificio». Riporto le parole di Carlo Azeglio Ciampi: "Nell’indagare gli snodi di un sistema politico-finanziario corrotto e letale, Ambrosoli agiva in una situazione di isolamento, difficoltà e rischio di cui era ben consapevole. Aveva scritto alla moglie: «Pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il Paese [...] Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo".

Scrive Umberto Ambrosoli : «Toccare con mano la disinvoltura con la quale lo Ior ha operato assieme a Sindona genera in papà una sorta di imbarazzo, quasi una crisi della dimensione spirituale. Ma per noi tre continua a volere una formazione religiosa».
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