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lunedì 24 settembre 2012

Gli effetti positivi della cooperazione in ricerca e sviluppo tra imprese

Presentiamo il paper di Banca di Italia su ricerca e sviluppo per le imprese.

Il lavoro fornisce un’introduzione all’analisi economica della cooperazione in ricerca e sviluppo (R&S) tra imprese. Sulla base di alcuni fatti stilizzati, vengono esposti i principali contributi della letteratura teorica sui benefici e i costi che le imprese ottengono con la cooperazione in R&S. Successivamente, vengono esaminati i pro e i contro di tale cooperazione, da una prospettiva di politica economica. L’analisi mostra che la cooperazione tende, in genere, ad aumentare il benessere economico. Nella parte finale si discutono alcuni temi di ricerca non ancora approfonditi nella letteratura teorica. 

Approfondimento: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_130;internal&action=_setlanguage.action?LANGUAGE=it

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venerdì 7 settembre 2012

La cinghia di trasmissione

Lavoravo in quel di Baggio in catena di montaggio
E giravo una ramella sempre una sempre quella
Ed un giorno fu così che mi venne fuori un tic

......
Lavoravo in quel di Baggio e mi han licenziato a maggio
M’ha chiamato il Direttore e mi ha detto : Caro signore
Con quel tic non rende niente!…Eh! Non vede? Sembra quasi un deficiente!


Giorgio Gaber - Il Tic


Un paio di coincidenze ed una riflessione.
Ieri mi sorprendo nel contestare ad un amico la classica teoria de "l'Italia si regge sulle PMI che sono la forza del Paese". Gli dico di stare attento, di non suscitare facili entusiasmi, che tutta una parte, fatta soprattutto di produttori e terzisti ma non solo, sta finendo massacrata per colpa della contrazione del mercato ma anche per la mancanza di competenze ed innovazione.
 
Oggi leggo un post di Futuro Artigiano "In Italia ci ostiniamo a contrapporre grandi e piccole imprese. Altrove grandi gruppi industriali (GE) finanziano le sperimentazioni dei maker"
 
Non entro nel concreto, ci si muove spesso per associazione di idee, ma quello che è certo che in Italia mancano da troppo grandi e medie imprese capaci di fare cordata (oggi si dirà rete) con la PMI.
 
Troppo spesso i contratti di fornitura mirano a strozzare la piccola impresa che, quasi come l'operaio nella canzone di Gaber, è troppo presa a sopravvivere per pianificare, per evolvere, per crescere.
 
Un tempo l'accordo era più ampio ancorchè tacito. "Entri nel progetto, ti pago poco, ma ti garantisco fatturato stabile e ti trasferisco conoscenza Paese, marketing, finanza..."
 
Si faceva squadra, il capocordata rappresentava anche una garanzia (informale ovviamente) per la banca.

La Piccola faceva si il lavoro sporco ma rubava quelle competenze necessarie per crescere.
 
Oggi si fa un gran parlare di reti di imprese, ma quanto sarebbe più semplice se come da tradizione italiana (distretti, consorzi, ecc) ci fosse più spesso un capocordata?

Forse le PMI si sentirebbero meno sole ed in condizione meno precaria.

Forse sbaglio ma forse bisognerebbe ripartire da li.

PS Inciso polemico: se Telecom invece di fare mille iniziative pro start up avesse creduto di più in Matrix e Virgilio, magari investendo in spin off, magari innovando, magari diventando essa stessa incubatore di idee dei suoi dipendenti, di giovani studenti, ecc non sarebbe forse stata una straordinaria cinghia di trasmissione di innovazione e competenze?....


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mercoledì 20 giugno 2012

Venderesti l' auto per investire nel tuo start up?

Venerdi ho partecipato ad un incontro dell' Alumni Bocconi dal titolo intrigante:

 "Come innovare la tua idea di impresa - Conversazione tra imprenditori per moltiplicare le idee e generare nuove opportunità di business".

Sono sincero, mi aspettavo qualcosa in più, la conversazione è utile ma soprattutto se si parte dall'analisi di casi di successo, cosa che in parte è mancata. Il format quello solito, breve presentazione, temi su cui discutere, giro tra i tavoli....

Lo dico prima, sono prevenuto, amo la mia università e mi aspetto sempre molto. La delusione quindi è dietro l'angolo. Lascio al lettore giudicare.

Quello che mi è rimasto:
  1. bella l'idea della start up Afajolo.it in cui i potenziali clienti costringono l'impresa a ripensarsi (es. passare da "la mia azienda produce suole in gomma per importante casa di moda" a "la mia azienda lavora la gomma, ponetemi nuove sfide, posso produrre nuovi prodotti partendo dalle mie competenze"). Forse tanto encomiabile l'intento educativo quanto complesso da realizzare.
  2. Imprenditore "Quando assumo qualcuno gli dico che la mia valutazione su di lui sarà: 70% competenza nel fare il suo lavoro, 20% capacità di aiutare gli altri, 10% fornire nuove idee."
  3. innovazione non deve riguardare solo l'imprenditore ma coinvolgere tutta la struttura.
Quello che non mi è piaciuto:
  1. Il lamento continuo che in Italia non si fa rete. La rete la fai se ti accolli l'onere di creare un progetto valido attorno a cui coagulare risorse e competenze, se hai clienti (non se li cerchi), se sei disposto ad offrire competenze gratis investendo nel progetto tempo e risorse. troppo spesso in Italia fare rete significa che non ho clienti, nonho progetto ("risolvo problemi alle imprese" chiedo "quali?" risposta "tutti, io offro soluzioni" io tra me e me "bum!") e voglio vendermi ai tuoi.
  2. "il problema dello start up in Italia è che nessuno vuole lavorare per me gratis, soprattutto se è molto bravo, ecc". Ragazzi fare impresa è avere anche capacità di aggregare su un progetto. L'Italia non è un Paese accogliente ma ciò non significa che è sempre colpa di un mondo cattivo e noioso se le imprese non partono.
  3. "il problema delle start up in Italia è la burocrazia ed i 10.000 euro di capitale". Cerchiamo di capirci, la burocrazia è un problema ma non sono i 2000 euro del notaio ad impedirti di fare impresa (se mai gli acconti di imposte che i primi anni ti tagliano le gambe). se il problema è quello non sei un imprenditore. E sia chiaro non c'è niente di male a non esserlo.
  4. "il problema delle start up in Italia è che da noi fallire è un crimine, in america una esperienza da valorizzare".  Lo so, lo so sono antiquato, ma temo che pure nei fantastici USA il creditore che non prende i soldi ci resti male. Il problema è che se fai innovazione vera (non servizi, innovazione) il creditore sa già di affrontare un rischio. Poi dipende da come fallisci e dai compagni di viaggio (ok, sei fallito, ma se paga il fondo capite che la cosa è differente).
Soprattutto tra i piu giovani ho riscontrato troppi luoghi comuni, gli stessi che si trovano in rete nei vari blog. Sia chiaro tutte le affermazioni contengono un fondo di verità ma sono critiche che accetto volentieri da chi si è dato da fare e le ha superate, meno da chi le usa come alibi consolatorio.

Alla fine la mia domanda di uno che lavora nella vecchia economia:" Ma tu venderesti la tua auto per investire i soldi nel tuo start up?". Gelo in sala. Ecco, appunto.

PS: Due riflessioni buone valgono le due ore investite nel partecipare all'incontro pur in un periodo particolarmente intenso di lavoro? Io credo di si.


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venerdì 13 aprile 2012

Linee Guida per il contratto di rete

Dopo un anno dal concepimento vede la luce la prima edizione delle Linee guida sul contratto di rete da parte del Comitato Interregionale dei Consigli Notarili delle Tre Venezie.

Essa risponde ad un'esigenza di razionalizzazione derivante, almeno in parte, dalla scarna ed incompleta disciplina dettata dal legislatore che ha contribuito alla produzione di una già ricca prassi applicativa, oggetto di uno osservatorio della Fondazione Visentini in collaborazione con RetImpresa e Unioncamere.

Le linee guida costituiscono uno strumento diretto a definire opzioni compatibili con la legislazione, nel tentativo di promuovere una standardizzazione flessibile
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