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martedì 20 maggio 2014

Un Paese di terzisti che si credevano imprenditori

Credo che sia venuto il momento di riflettere sulle cause di questa crisi che sembra essere senza via d'uscita.

Purtroppo per anni ci siamo vantati di essere un Paese ad imprenditorialità diffusa.

Grandi talenti, gran voglia di lavorare, gran voglia di farcela mettendosi in proprio, questi i vanti delle italiche genti cantate da menestrelli, ISTAT e professori universitari.

In parte è vero, il genio italico ha fatto molto, ma se vogliamo dircela tutta molti fattori spingevano verso l'apertura di nuove imprese (non a caso spesso incentivate dal vecchio datore di lavoro):

  • il limite dei 15 dipendenti;
  • il fatto che aprire una partita iva o esser socio di società costasse meno (soprattutto in passato) in termini contributivi rispetto ad esser lavoratore dipendente;
  • ricordiamo poi che imprenditori e partite iva fatturano a prodotto/servizio e non a ore (chi lavora in proprio provi velocemente a fare il conto dei propri straordinari...);
  • la possibilità di evadere il fisco;
  • certamente la voglia di fare e di costruire la propria impresa.

Nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica
Per molti anni ciò che veniva richiesto ad un imprenditore era di saper produrre. 
Finanza, mktg, lingue straniere... nulla contava di più del saper lavorare in fabbrica e delle ore che passavi con i tuoi operai.

Poi improvvisamente l'euro, la cina, internet e ancora gli arabi, Dubai, l'innovazione.
Ma non era cosi grave, certo le imprese non andavano più come un tempo ma gli immobili volavano, la borsa tirava e la famiglia di certo non si impoveriva.

E se in azienda si iniziava ad avere il fiato corto, be nessun problema, un giorno si e l'altro pure le banche chiamavano per offrire soldi a tassi bassi. In fin dei conti aumentano i debiti ma la cassa è sempre piena, la crisi prima o poi passerà e se le banche son le prime a credere nella mia impresa che problema c'è?

Tutto bene signor comandante!
Tutto bene fino alla crisi finanziaria, le banche si svegliano, tirano i cordoni della borsa ed improvvisamente tutto quello che non funziona emerge immediatamente.
In pochi anni pretendiamo dal nostro imprenditore che conosca le lingue, che capisca che internazionalizzazione è cosa diversa che esportare, che si confronti con ottimi prodotti provenienti dall'estero a prezzi più bassi, molto piu bassi...

Improvvisamente si sommano diversi fattori:

  • le imprese sono vecchie e fuori mercato
  • stretta del credito
  • debiti derivanti da anni di perdite subite senza mai cambiare (tanto c'è la banca)
  • immobili crollano e non si vendono più (neanche le banche li vogliono, eppure li amavano tanto...)
  • lo Stato ha fame.

E si, lo Stato ha fame.
Perchè se non fai utili, non paghi le tasse, e lo Stato ha fame, sempre più fame.
Ora che immobili e borsa non rendono più come prima (anche se la borsa continua ad illudersi e ad illuderci) ci tocca lavorare per vivere e scopriamo che non ci sono infrastrutture, che manca la banda, che i treni sono lenti, che il sud è irraggiungibile, che Trieste patria delle Generali è irraggiungibile!

Troppi discorsi da bar sul made in Italy
Ed in Italia si smette di comprare o comunque si è più attenti, troppi discorsi da bar sul made in Italy, che se non si trasforma in qualità percepita non serve a nulla, freghi solo i russi e temo ancora per poco.

E nessuno prova a riflettere su cosa sia davvero il made in Italy, che non è solo produrre in Italia a prezzo doppio. Il caro non sempre è lusso. E se non si trasforma in margini poi ...

Per placar gli animi per fortuna che ci son le startup
Che poi in molti casi non sono altro che le vecchie partite iva. E' un fenomeno importante ma che va depurato da illusioni, interessi particolari di sponsor e consulenti, ecc.
Hanno tutti criticato Briatore per il suo intervento in Bocconi ma nessuno ha sottolineato una grande verità che è stata detta. 

Una impresa deve far utili. 
E a dirlo non è solo Briatore. Ricordo, ancora studiavo, una domanda fatta a Henry Kissinger ad un convegno sempre in Bocconi. Ai tempi andava molto di moda il tema della responsabilità sociale dell'impresa. 
Lui rispose molto secco: il primo dovere di una impresa è quello di far utili, pagare gli stipendi ai dipendenti e remunerare gli azionisti. 

Ma non voglio chiudere queste riflessioni senza una nota di ottimismo, proviamo a capir le cause, smettiamo di combattere finti problemi, questo Paese ha energie e risorse per risollevarsi, la cultura imprenditoriale sta crescendo molto (merito anche del fenomeno startup e dei mille convegni), alto artigianato, turismo, eccellenze industriali sono ciò che dobbiamo valorizzare per ripartire.

E poi le univerisità, si sono finalmente aperte alle imprese, molto devono ancora fare per aiutarci a far sistema e diffondere innovazione ma questa apertura è una risorsa straordinaria che va incoraggiata, sviluppata.

Incontro tutti i giorni imprenditori che stan crescendo, che sopportano mille fatiche, che han dovuto ribaltare completamente la loro impresa ma che stan crescendo.

Io continuo ad aver fiducia ma il primo passo per risolvere un problema è conoscerne le cause e su questo il dibattito è ancora molto latente.


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mercoledì 2 aprile 2014

Famiglie di operai licenziate dai robot...

Si gli altri siamo noi
fra gli Indios e gli Indù
ragazzi in farmacie che ormai non ce la fanno più,
famiglie di operai, i licenziati dai robot
e zingari dell'est in riserve di periferia
siamo tutti vittime e carnefici
tanto prima o poi gli altri siamo noi.  


Quando ho letto l'articolo di Jacopo Tondelli Le nuove tecnologie distruggono posti di lavoro? e la richiamata intervista a Romano Prodi su Repubblica:
"....la rivoluzione industriale in corso, quella centrata sull’Information Technology, a differenza di quelle del passato, non crea lavoro e anzi lo distrugge."
ho subito pernsato a questa canzone di Umberto Tozzi e come reagì mio padre la prima volta che la senti.

Era credo un Sanremo di parecchi anni fa, forse i miei primi anni di liceo.

Mio padre è sempre stato attento a non influenzarci politicamente e l'ho visto sbottare seriamente solo un paio di volte su cose che ai tempi non comprendevo: quando i Vescovi influenzavano la politica con le loro esternazioni (noi famiglia cattolica con tanto di scuola dalle suore) e sul testo di questa canzone.

L'idea che il problema dell'occupazione fosse l'innovazione tecnologica e la modernità proprio non riusciva ad accettarlo e neanche a nascondere il suo disappunto difronte a me bambino.

La voglia di capire queste strane reazioni e la sua ritrosia a spiegare per non influenzarmi mi portò a studiare e ad appassionarmi di politica per soddisfare queste curiosità.

Oggi rileggo le esternazioni di Prodi e scopro che siamo ancora là, che questo Paese è fermo ai dubbi dei miei sedici anni, che i luoghi comuni continuano a far da padroni, che la mentalià è quella di falsi intellettualismi e non si pensa mai a come costruire a come cavalcare l'innovazione preferendo crogiolarsi in riflessioni inutili sulla crisi.

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giovedì 8 agosto 2013

Spesso la verità ci attende davanti alla macchinetta del caffè.

La notizia e' di questi giorni, largamente prevista ma speravo di sbagliarmi, di essere l'unico tra i consulenti così fiduciosi nel risanamento ad essersi sbagliato.

Invece lo schema e' il solito, l'imprenditore testardamente incapace di ammettere di aver sbagliato, il commercialista attento a non indispettire il cliente, il risanatore con grandi piani ed altrettanto grandi parcelle.

Il mio scetticismo fatto di numeri e gran chiacchierate alla macchinetta del caffè con manager e segretarie ha avuto purtroppo ragione.

In troppi si concentrano su fantasiose operazioni di bilancio dimenticando che i numeri hanno senso solo se si ascoltano le persone, solo se si scende in produzione, solo se ci si confronta con il mercato, uscendo dalle ovattate sale riunioni.

I numeri di un piano di risanamento devono nascere dalla realtà, proiettar la nel futuro.

Non sono un grande stratega ma le persone nascondono sempre molte verità ed ascoltarle, analizzare le incongruenze spesso aiuta a leggere meglio i bilanci. 

È quasi mai la colpa di una trattativa saltata e' di un potenziale acquirente che si rifiuta di acquistare una azienda piena di immobili. Quasi mai la colpa e' del mercato.

Molto spesso la verità ci attende davanti alla macchinetta del caffè. 
Verità che va colta anche se spiacevole.

giovedì 9 maggio 2013

Non è facile, ovvero l'ugenza del cambiamento

Non è facile, gestire il cambiamento non è facile. Amare l'impresa non è facile.

Convincere un imprenditore a cambiare, a modificare la catena di valore, non è facile.

Salvare una azienda perdendo il cliente non è facile (ma fortunatamente di solito torna).

Scontrarsi con colleghi rassicuranti mentre tu vuoi solo che l'imprenditore percepisca l'urgenza del cambiamento, non è facile.

Sapere che ci sono famiglie che rischiano di pagare scelte sbagliate non è facile.

Far capire che l'impresa non si risana con politiche di bilancio ma con un piano industriale non è facile.

Vedere consulenti che si mettono in dubbio perchè non riescono a far capire al cliente che il cambiamento è metodo, è dati, è studio e non è moda del "cosi fan tutti..", non è facile.

Amare l'impresa vuol dire anche scontrarsi con l'imprenditore. Il professionista vero lo vedi in quei momenti. Quando sa dire no.

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lunedì 15 aprile 2013

Crisi: Omessi versamenti e penale tributario


La situazione finanziaria di molte imprese si fa sempre più grave. Inutile richiamare i numerosi articoli di giornale sull'argomento. Interessante osservare che finalmente l'orientamento della giurisprudenza (per ora solo quella di merito in realtà) si stia aprendo a meglio comprendere la situazione in cui operano le imprese.

Attenzione però a non sottovalutare la ratio della sentenza illudendosi di una sanatoria che non è nelle intenzioni dei giudici.

Il Tribunale di Novara con sentenza del 20.3.2013 sostiene che non è ravvisabile il dolo se non si sono pagate le imposte a causa di fattori completamente estranei al controllo dell’imprenditore.

Questa sentenza pare mitigare il ben più severo orientamento della Cassazione nei confronti degli omessi versamenti.

Al riguardo, non sfuggendo che autorevole dottrina ha ritenuto di individuare nel sopraggiungere di una crisi di liquidità di dimensioni importanti (qual è quella che esita, senza soluzione di continuità, nello scioglimento e messa in liquidazione dell'ente) una sorta di "forza maggiore" che esclude la volontà del sostituto d'imposta di omettere il versamento delle ritenute. Ora, con ciò non si intende certo affermare che, a tali fini, possa assumere rilevanza ogni situazione di crisi finanziaria, per quanto di dimensioni considerevoli, ma, eventualmente, solo quella determinata da fattori tutt'affatto estranei alla sfera di controllo dell'imprenditore, e in alcun modo riconducibili a una sua mala gestio: in ciò tali da delineare una sorta di illiquidità non prevedibile né evitabile. China sulla quale, recentemente, si è incanalata anche parte della giurisprudenza di merito: da ultimo Trib. Milano, 19 settembre 2012, secondo cui: ai fini della sussistenza del reato di omesso pagamento di ritenute certificate, non può desumersi il dolo, nemmeno nella forma eventuale, dal mancato pagamento tempestivo delle ritenute senza che sia addotta altra circostanza idonea a fornire autonoma prova della sua sussistenza. 
Principio alla stregua del quale i due citati arresti sono giunti a escludere il dolo del reato di omesso versamento di ritenute certificate, ad esempio, in capo al sostituto di imposta che non abbia potuto adempiere all'obbligazione tributaria perché la società di cui era legale rappresentante affrontava una mancanza di liquidità dovuta a gravi e non prevedibili inadempimenti da parte di Enti pubblici, pur essendosi egli attivato per il recupero di quei crediti ed avendo effettuato i versamenti dovuti non appena in grado di farlo. 
Al riguardo, ritiene il Giudicante che un siffatto modo di ragionare, in quanto proclive a restituire al momento delibativo della colpevolezza del reato un autonomo spatium vivendi nell'analisi del reato stesso, in linea con le più evolute concezioni "tripartita" e "quadripartita", debba essere preferito rispetto al tradizionale orientamento di legittimità, prono, per converso, a escludere aprioristicamente la rilevanza, ai fini dell'esclusione del dolo del reato di cui all'art. 10-bis, della situazione di difficoltà economica o di crisi di liquidità del soggetto obbligato, senza tuttavia prenderne in considerazione le cause (orientamento di massima cui è ascrivibile, inter alia, Cass. Sez. 3, Sentenza n. 47340 del 15/11/2007, secondo cui, sic et simpliciter: «in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali (art. 2, D.L. 12 settembre 1983, n. 463, conv. con modifiche in L. 11 novembre 1983, n. 638), ai fini della punibilità dell'agente è sufficiente il dolo generico, consistente nella volontarietà dell'omissione. Ne consegue che, accertata tale volontarietà, non è necessaria una esplicita motivazione sull'esistenza del dolo»).


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martedì 27 novembre 2012

Ciao, ciao, bambina.


Ciao, ciao, bambina, un bacio ancora
E poi per sempre ti perderò
Come una fiaba, l'amore passa:
C'era una volta poi non c'è più

Ciao, ciao, bambina, non ti voltare
Non posso dirti rimani ancor
Vorrei trovare parole nuove
Ma piove, piove sul nostro amor

Piove - Domenico Modugno






Due notizie in pochi giorni, un uno/due che neanche stessimo tirando di boxe, e nessuno a chiedersi se possiamo permetterci di perdere Fiat Industrial che se ne va in Olanda, per non parlare di quanto sta accadendo a Taranto per ILVA.

Sempre più un Paese che non capisce le imprese, un Paese che utilizza la politica fiscale in maniera miope per rendere poco attraente investire in Italia, un Paese che utilizza la politica industriale per gestire favori ed interessi politico/economici.

Ed invece basterebbe poco, basterebbe fare un passo verso gli imprenditori per farli sentire meno soli.

E mentre tutto ciò accade, mentre l'iceberg si avvicina, canticchiamo quel motivetto che ci piace tanto:
Ciao, ciao, bambina, un bacio ancora
E poi per sempre ti perderò


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giovedì 10 novembre 2011

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