mercoledì 5 ottobre 2011

Studi di Settore: ci eravamo tanto amati...

Gli studi di settore sono uno strumento teoricamente valido ed inizialmente bene accolto dalla migliore dottrina  che li considerava utili sia alla lotta all'evasione sia ad instaurare un dialogo costruttivo con le categorie dei contribuenti.

Cosa sono:
Gli studi di settore, elaborati mediante analisi economiche e tecniche statistico-matematiche, consentono di stimare i ricavi o i compensi che possono essere attribuiti al contribuente.
Individuano, a tal fine, le relazioni esistenti tra le variabili strutturali e contabili delle imprese e dei lavoratori autonomi con riferimento al settore economico di appartenenza, ai processi produttivi utilizzati, all’organizzazione, ai prodotti e servizi oggetto dell’attività, alla localizzazione geografica e agli altri elementi significativi (ad esempio area di vendita, andamento della domanda, livello dei prezzi, concorrenza, ecc.).

Gli studi di settore sono utilizzati dal contribuente per verificare, in fase dichiarativa, il posizionamento rispetto alla congruità (il contribuente è congruo se i ricavi o i compensi dichiarati sono uguali o superiori a quelli stimati dallo studio, tenuto conto delle risultanze derivanti dall’applicazione degli indicatori di normalità economica) e alla coerenza (la coerenza misura il comportamento del contribuente rispetto ai valori di indicatori economici predeterminati, per ciascuna attività, dallo studio di settore), e dall’Amministrazione finanziaria quale ausilio all’attività di controllo.

Perchè dovremmo amarli
Inizialmente gli studi di settore rappresentavano poco più che una segnalazione all'agenzia delle entrate per attivare maggiori controlli. Ancora in fase sperimentale non rappresentavano presunzioni difficili da confutare ed indicavano ricavi e quindi redditi minimi ragionevoli.
In sostanza il patto Stato/cittadino si poteva cosi riassumere: l'Agenzia risparmiava i controlli sulle aziende di minori dimensioni e quindi per definizione meno "interessanti" per il fisco, garantendosi comunque un gettito minimo concordato con le principali categorie imprenditoriali che il contribuente era disposto a pagare anche adeguandosi pur di non avere controlli fiscali..
Basandosi su indicatori statistici storici in una situazione economica stabile garantiscono una sufficiente approssimazione e lasciano comunque al fisco mani libere per ulteriori controlli più approfonditi.
Inutile dire che invece passando da anni di crescita ad anni di crisi tutte le presunzioni storiche soffrono di grave inattendibilità.
Nei primi anni restavano quindi semplicemente uno strumento di ausilio all'attività di controllo.

Perchè non li amiamo più
Col tempo la naturale funzione di "indicatore" per l'accertamento si è evoluta impropriamente in un innalzamento più o meno forzoso, più o meno presuntivo (sulla forza di tali presunzioni si dibatte da tempo con forti resistenze da parte delle commissioni tributarie nell'accettarne la debolezza) della base imponibile delle PMI.

Lo stesso dialogo con gli uffici si è fatto spesso più difficile e si è costretti a ricorsi faticosi e costosi per il contribuente anche quando trova riconosciute le sue ragioni in commissione tributaria.

Spesso l'atteggiamento dell'Ufficio, a sua volta pressato da obiettivi di gettito, è quello di transare su cifre più ragionevoli recuperando comunque qualcosa ai danni del contribuente.

Si è persa quindi la logica iniziale di controllo e si è perso il corretto atteggiamento nei confronti del contribuente. L'ufficio ormai troppo spesso non tende ad accertare la reale situazione ma, cosiderandosi erroneamente controparte del contribuente, tende a proporre una transazione a lui favorevole.

Gli Uffici finanziari troppo spesso dimenticano che dovrebbero assistere il contribuente nel corretto pagamento delle imposte. In un mondo perfetto dovrebbero suggerire al contribuente la documentazione da proporre per aiutarli ad accertare l'attendibilità del reddito dichiarato. Lo strumento dell'autotutela introdotto anni fa andava proprio in questa direzione (se gli uffici si accorgono di aver effettuato un errore dovrebbero voler esercitare l'autotutela e modificare l'atto impositivo a favore del contribuente).

Non sto ovviamente parlando di tollerare gli evasori, ma l'obiettivo deve essere quello di individuare la correttezza del reddito imponibile dichiarato, non quello di aumentare il gettito per l'erario.

Per assurdo il contribuente onesto dovrebbe auspicare controlli frequenti proprio per garantirsi la tranquillità fiscale. Perchè oggi questo non avviene? Forse proprio perchè non ci si fida degli uffici  (che poi spesso ovviamente altro non fanno che applicare una normativa ostile) e si temono pesanti sanzioni per qualche irregolarità formale.

Non entro poi ne sulla qualità delle commissioni tributarie ne sulla follia degli accertamenti esecutivi di cui abbiamo già parlato più volte su questo blog.

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