martedì 15 maggio 2012

Perchè non abbiamo più scuse per non tagliare la spesa.

Ci stiamo sbagliando ragazzi
noi che camminiamo sul mondo
noi coi piedi di piombo
restiamo giù
sotto cento chili di cielo
eh...

Luca Carboni

Lo si sente spesso sui giornali, per strada, al bar: bisogna tagliare la spesa pubblica.
Tutti novelli liberisti che con fare severo sentono il bisogno di dare il loro contributo alle critiche a questo Stato sprecone. Poi qualcuno più preparato di altri (Paolo Manasse - Cosa tagliare) fa notare la tipologia della spesa pubblica che tolti gli investimenti (che da tampo peraltro non vengono piu fatti) si concentra principalmente in pensioni e stipendi.

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Cito: "se non si vuole mettere mano ad una revisione dei confini dello Stato nell'economia (nella sanità, istruzione, nei trasporti) e all'assenza di meccanismi di incentivo nel settore pubblico, non possiamo attenderci un granchè."

Una revisione dei confini dello Stato, quello che in azienda si direbbe innovare il business model, quello che non si può fare raccogliendo suggerimenti via web.
E già sento le voci al bar, quei severi soloni le cui espressioni lentamente si ammorbidiscono in un sorriso rassegnato di chi non ha poi troppa voglia di far battaglie "non si può mica lasciare a casa la gente, oggi significherebbe comprimere ancora di più la capacità di spesa degli italiani accellerando la recessione".

E cosi progressisti e conservatori smettono di dedicarsi alla cosa pubblica per tornare felici al cornetto ed al cappuccino, che poi Del Piero è sempre Del Piero.

Forse nessuno si è accorto che questa bella favola non regge piu. Se prima il settore privato pur gravato di tasse poteva mantenere un esorbitante settore pubblico (Corriere di oggi:Ogni cittadino spende 2.849 euro per i dipendenti pubblici ) senza implodere oggi non è più cosi.

Forse non viene detto con troppa forza ma oggi le imprese private non reggono, chiudono. e chiudere una impresa significa lasciare a casa dipendenti (produttivi, quelli che stanno in stabilimento o in cantiere per intenderci, quelli che fanno auto, divani, lavatrici) e deprimere la tanto cara spesa per consumi.

Prima non si licenziava perchè un pò le tasse, un pò il debito, un pò i mancati investimenti (che non te ne accorgi subito del male che fai al Paese) i soldi si trovavano.

Oggi la scelta è tra mantenere posti di lavoro nel privato rilanciando l'economia o mantenerli nel pubblico (ancora per poco) in attesa di soffocarla del tutto.

E siamo tutti coinvolti e complici perchè burocrazia pubblica vuol dire lavoro anche per il terziario privato. Professionisti e consulenti spesso trovano riparo e fatturati facili, pur lamentandosene, nella burocrazia pubblica. Le aziende però servono vive. chiedono consulenza ma quella vera, quella per stare sul mercato non per preparare l'ennesima dichiarazione inutile ad uno stato elefantiaco che non ha tempo e voglia di incrociare i dati già in suo possesso.

Ieri a mia madre arriva una lettera che comunica la decisione della banca tedesca BHW di sospendere l’erogazione di mutui in Italia, così come le altre attività di vendita. Le condizioni economiche del nostro paese, infatti, non convincono i tedeschi che pensano a rielaborare la strategia commerciale.

Ne parlo ieri stupito con un amministratore di un importante fondo di investimento che cupo mi dice che ormai molte multinazionali tendono a ridimensionare le attività nei mercati marginali. L'Italia è tra questi.

Mi racconta turbato degli effetti dell'ipotesi di super tassazione di Hollande in Francia dove oggi hanno la sede europea molte aziende. Sul tavolo già ipotesi di trasferire sedi e posti di lavoro in Belgio o a Londra.

E conclude con: "ma Andrea ormai puoi proporre quello che vuoi, ma all'estero chi si fida dell'Italia? tu lo faresti?"

Io lo farei? la domanda resta sospesa nell'aria......


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